SIdM - Tredicesimo Convegno Annuale
in collaborazione con l'Istituto per i Beni Musicali in Piemonte
Torino, Piccolo Regio G. Puccini
20-22 ottobre 2006
Resoconto
Si è svolto a Torino, dal 20 al 22 ottobre 2006, presso il Piccolo Regio "Puccini", in collaborazione con l'Istituto per i Beni Musicali in Piemonte, il Tredicesimo Convegno annuale della SIdM,
che si è avvalso del sostegno e la collaborazione della Regione Piemonte, Comune di Torino e del Teatro Regio di Torino.
Il 20 ottobre, ore 9.30 all'apertura dei lavori sono intervenuti per il saluto delle autorità, il sovrintendente del Teatro Regio Walter Vergnano, il presidente dell'Istituto per i Beni Musicali in Piemonte Alberto Basso e
il presidente della SIdM Biancamaria Antolini.
Al termine dei saluti si sono avviate le due sessioni mattutine che si sono svolte presso il Piccolo Regio e la Sala Pavone.
Francesca Seller ha presieduto quella del Piccolo Regio che si è aperta con l'intervento
L'almanacco musicale per l'anno 1826 di Giovanni Simone Mayr: una finestra sulla musica europea fra storia e attualità di Marcello Eynard e Paola Palermo che hanno illustrato il contenuto del
manoscritto autografo di Mayr che il compositore bavarese intendeva pubblicare, ma che è a tutt'oggi inedito e conservato dal 1912 presso la Civica Biblioteca Angelo Mai di Bergamo.
Con questo almanacco Mayr vuole proporre anche agli studiosi e ai musicisti italiani uno strumento di aggiornamento che all'estero era già ampiamente utilizzato con successo. Il musicista propone, nella parte iniziale, il
calendario dell'anno con le fasi lunari e solari e i segni zodiacali evidenziando, con una piccola lira disegnata, i santi legati alla musica e i musicisti più famosi annotati nel giorno del loro compleanno con accanto una sintetica biografia.
Sulle pagine speculari troviamo aneddoti musicali, massime e pensieri di personalità illustri in ambito culturale. Seguono scritti personali e testi ripresi da altre fonti, inedite o già pubblicate.
A seguire la relazione di Angela Buompastore
Un contributo allo studio della musica strumentale nella prima metà dell'Ottocento in Italia: l'attività musicale di Cesare di Castelbarco: le vicende musicali del
conte Cesare di Castelbarco (1782-1860), musicista dilettante milanese, forniscono elementi utili a definire più precisamente la situazione della musica strumentale nell'Italia di primo Ottocento.
Come ospite di accademie presso le sue residenze di Milano, Roma e Cremona contribuì alla diffusione della musica strumentale con esecuzioni principalmente di sue composizioni ma anche di brani di altri autori.
Carlo Soliva per esempio scrisse appositamente delle sinfonie, rimaste inedite, da eseguirsi presso casa Castelbarco. La sua attività di violinista dilettante che lo vide impegnato in più occasioni è testimonianza di un
interesse spiccato nei confronti della pratica strumentale dilettantistica presso la nobiltà del tempo che coltivava l'interesse per la musica sia recandosi all'opera sia eseguendo personalmente partiture strumentali. La ricerca,
che ha prodotto anche una ricostruzione biografica, si è avvalsa di diversi tipi di fonti, da quelle epistolari a documenti d'archivio alla pubblicistica coeva. Utilissime per la documentazione di
esecuzioni e per le riflessioni e i giudizi di carattere squisitamente musicale sono risultate le corrispondenze da Roma e Cremona che Castelbarco inviò principalmente alla «Gazzetta musicale di Milano».
Valentina Franco (
Per un'analisi della storia del Corpo Musicale Civico di Carlentini fra Ottocento e Novecento) si è posta come
obiettivo quello di far luce sulla storia della dimenticata Banda Comunale della Città di Carlentini (Siracusa),
vero patrimonio storico nel panorama siciliano, unico per vicende, caratterizzazioni e allacci con il resto della storia
dell'isola e non solo. L'analisi è volta a cogliere i momenti più salienti della vicenda del corpo bandistico,
dalla sua creazione ai misteri legati allo scioglimento, attraverso i documenti che ne attestano l'esistenza e
l'attività nonché le svariate evoluzioni e non senza il fondamentale contributo offerto dagli abitanti del luogo con
le loro testimonianze. Il vasto repertorio spaziava tra i generi più svariati: trascrizione d'arie d'opera, sacro,
profano, musica popolare, repertori rivisitati, nuove creazioni musicali provenienti dal siracusano e dal catanese: per
quasi un secolo a partire dall'Unità d'Italia, la musica riuscì ad accompagnare e scandire i momenti più importanti della comunità,
tra pubblico e privato. Dopo l'ultimo Conflitto Mondiale, sotto le bombe che distrussero quasi del tutto la città, si assistette
alla "desertificazione artistica", mettendo a tacere anche gli ultimi artisti del Corpo Bandistico. I risultati della ricerca saranno presto disponibili nella pubblicazione
Quando la banda passò edito da Bonanno editore.
Autografi bazziniani: ritrovamenti e nuove scoperte è stato il titolo della relazione di Mariella Sala che ha preso avvio dall'elenco degli autografi di
Antonio Bazzini offerti dalla sig.ra Tina Bazzini alla Società Concerti contenuto nel "Catalogo / Musica / Società Concerti" compilato per cura di F. Pasini (maggio 1897), come diligentemente annotato
da Pasini stesso in apertura del registro. L'elenco comprende 23 pezzi; il registro è attualmente conservato presso la Biblioteca del Conservatorio "Luca Marenzio" di Brescia.
Di questi autografi si era persa la traccia ma in un recente sopralluogo alla Biblioteca del Conservatorio di Milano, nei 7 faldoni di un "Dono Sartori", quasi tutta la musica elencata da
Pasini è ritornata alla luce: oltre a molta musica anche numerose fotocopie di lettere (trascritte da Sartori nel suo volume, nella parte dedicata al carteggio), alcune lettere originali, qualche ritratto, cui si aggiungono nuove scoperte
sia pure meno rilevanti di manoscritti e autografi bazziniani conservati in vari archivi musicali di Brescia.
Alla Sala è seguita la relazione di Cristina Scuderi
Echi del concertismo internazionale in territorio friulano: artisti celebri attorno alla società «Amici della Musica» di Udine. Fondata nel 1922, la Società
ebbe un grande successo, proponendo sempre spettacoli di grande qualità. Gli «Amici della Musica», tuttora attivi sul territorio, ebbero tra l'altro l'onore dell'Alto
Patronato della principessa di Piemonte. Il primo direttore artistico Antonio Ricci, il presidente barone Enrico Morpurgo e Mario Mascagni, cugino del più celebre Pietro,
portarono in città i più grandi nomi del concertismo internazionale assistendo così ai trionfi del giovanissimo Bronislaw Gimpel e di Ferench de Vecsey, ai prodigiosi concerti di Arthur Rubinstein,
all'esecuzione dell'Orchestra Femminile da Camera di Berlino diretta da una donna. In seguito, solisti come Cortot, Magaloff, Milstein, Thibaud, Odnoposoff, Segovia, crearono una fitta rete di relazioni tra
Udine e i più importanti centri musicali del secolo XX. I capricci e le feroci proteste dei più celebri pianisti, i loro vertiginosi cachet, i burrascosi rapporti con le agenzie,
la concorrenza della nascente televisione rivelano una realtà complessa e in costante fermento ben testimoniato da una vasta corrispondenza ricca di importanti firme.
Ha chiuso la sessione mattutina del Piccolo Regio la relazione di Angela Fiore
Musica e follia agli albori del Romanticismo tedesco: Der Besuch im Irrenhause
di Friedrich Rochlitz che ha
trattato della novella (in italiano
Visita al manicomio) di Rochlitz pubblicata nel 1804 sulla rivista «Allgemeine Musikalische Zeitung» di Lipsia, di cui era direttore.
Questa novella può essere considerata un punto di riferimento sia della saggistica dedicata al mito romantico del musicista, sia di quella volta ad illustrare
il legame fra arte e follia. L'originalità risiede infatti nella strettissima affinità tra musica e follia, motivo conduttore del racconto,
in un periodo in cui tale idea era ancora pressoché agli esordi. Da un'attenta lettura si comprende come la musica divenga
progressivamente il mezzo per esprimere l'interiorità essendo lingua dell'anima e del cuore, il cui ascolto prevede un "trasporto estatico".
La musica condurrà però il protagonista ad una forma di follia di visioni mistiche, dialoghi immaginari, vaneggiamenti. Quella di Rochlitz è, senza alcun dubbio, una novella
degna di attenzione proprio perché anticipatrice di temi che saranno fatti propri da un'intera generazione di scrittori, musicisti e intellettuali, ovvero dalla nascente generazione romantica.
Nella Sala Pavone, presieduta da Paologiovanni Maione, la sessione si è aperta con
Jhan Gero in Calabria: documenti e ipotesi interpretative di Maria Paola Borsetta.
Nuovi documenti, conservati presso la sezione di Castrovillari dell'Archivio di Stato di Cosenza e presso un archivio privato di Castrolibero (CS), consentono adesso di illuminare meglio l'insieme delle attività che il musico et compositor svolgeva in Calabria. La relatrice ha cercato di chiarire lo sfondo musicale su cui agisce Gero, attraverso le relazioni con i musici della cappella di Pietro Antonio, con le istituzioni ecclesiastiche locali, con la circolazione dei libri di musica, con i musici girovaghi legati alla pratica della trasmissione orale e a quelli legati alla trasmissione scritta. La presenza del compositore oltremontano può, a sua volta, diventare illuminante per comprendere le scelte
musicali dei musicisti e dei compositori delle generazioni successive attivi in regione o emigrati fuori del Viceregno.
Sabina Bonini con
Carlo Mannelli, un musico nella Roma del Seicento ha delineato la figura di Carlo Mannelli, nato a Roma nel 1640 da una famiglia originaria di Pistoia, che svolse quasi tutta la sua
attività a Roma sia come soprano che come violinista. Egli stesso ci informa su alcuni particolari della sua vita e della protezione avuta dal principe Camillo Pamphili nella dedica al cardinale Benedetto
Pamphili pubblicata nelle sue
Sonate a Tre nel 1682. Dal 1660 lo troviamo infatti nei 'Ruoli' della famiglia di Camillo Pamphili accanto ad altri musici e compositori: Francesco Tenaglia, Domenico Del Pane,
Francesco Muti e G. Battista Giansetti e fu da Camillo incoraggiato nello studio del violino. La ricerca ha inoltre ricostruito il rapporto di amicizia o di lavoro che ebbe con i 14 musicisti a cui sono dedicate le citate Sonate a tre del 1682.
Giovanni Legrenzi e il concorso per il posto di Maestro di Cappella del Duomo di Milano (1669) è il titolo della relazione di Luigi Collarile. Sotto diversi punti di vista, quanto accade a Milano nel 1669 per la successione a
Michel'Angelo Grancino alla carica di maestro di cappella del Duomo, può essere considerato sintomatico. La preziosa documentazione tuttora conservata presso la Veneranda Fabbrica del Duomo permette di
ricostruire con esattezza una vicenda piuttosto travagliata. La candidatura di Legrenzi viene di fatto imposta sotto la pressione di diverse rimostranze. Il carattere paradossale
della situazione venutasi a creare attorno a questo episodio emerge soprattutto in due lettere di Giovanni Spinelli, indirizzate alla Veneranda Fabbrica al
termine del concorso che vede comunque l'affermazione del favorito Giovanni Antonio Grossi. Se la prima epistola è un'orgogliosa difesa delle qualità artistiche di Legrenzi,
nella seconda il tono cambia e si legge la consapevolezza dell'inutile tentativo di aver voluto sfidare non tanto una singola istituzione, quanto piuttosto il 'sistema'
che regola la successione nelle maggiori cappelle musicali ecclesiastiche del tempo.
Christine Siegert (
Alcuni aspetti della formazione musicale di Luigi Cherubini) ha indagato l'aspetto pratico della formazione di Cherubini, che fino a oggi rimane relativamente sottovalutato.
Cherubini cantò infatti nella città natale come musico giornaliero della cappella granducale dal 1772 al 1776, e suonò nell'orchestra del Teatro della Pergola dalla stagione dell'autunno 1774 fino alla primavera 1777, il tutto
testimoniato da documenti, per la maggior parte inediti, conservati presso l'Archivio di Stato di Firenze. Inoltre, dai documenti emergono nuovi dettagli sulla vita musicale e teatrale nella
Firenze del tardo Settecento, in particolare sull'organico delle due istituzioni, nonché sulle loro strutture organizzative.
Miriam Perandones Lozano ha presentato la relazione
Enrique Granados family archives: the personal collected letters and, therefore, a revision of the composer's biography dove ha presentato il risultato della
catalogazione cronologica e, dove possibile, per soggetto delle lettere private di Granados, lavoro fino ad ora non affrontato sistematicamente. Dallo studio delle lettere affiorano interessanti riflessioni del musicista su se stesso,
la sua famiglia e la cultura musicale spagnola di quei tempi; inoltre alcune lettere rivelano due sconosciute zarzuelas, composte nel suo periodo di formazione musicale a Madrid di cui oggi non esistono più le partiture, e alcune
date di composizioni e/o premier di diversi lavori.
Pasquale Mosca con
Nicola D'Arienzo, un intellettuale napoletano tra Ottocento e Novecento ha chiuso questa seconda sessione mattutina. Musicista napoletano attivo tra la seconda metà dell'Ottocento e i primi anni
del Novecento, D'Arienzo fu insegnante di contrappunto e composizione, storia della musica, nonché direttore del conservatorio di Napoli, critico musicale e studioso assai proficuo. Nel 1878 diede vita al
trattato l'
Introduzione del sistema tetracordale nella musica moderna col quale si proponeva di arricchire il sistema musicale con l'impiego della scala di seconda minore desunta dalle modalità greche.
Il tentativo di concretizzare i principi espressi nel trattato avvenne nell'opera buffa
La figlia del diavolo rappresentata il 16 novembre 1879 al Teatro Bellini di Napoli, ma accolta tiepidamente dalla critica,
che la definì "troppo nervosa" e "poco italiana".
Dopo la pausa pranzo, le due sessioni parallele sono riprese alle 15.30.
Nel Piccolo Regio Agostino Ziino ha presieduto la sessione che si è aperta con la relazione di Adam Knight
Gilbert,
Allusion and Attribution in the Anonymous Chansons of Italian Sources BolQ16 and EscB, che ha stabilito collegamenti fra alcune chansons di autore anonimo con quelle di compositori conosciuti. Ad esempio
Mirando el gran splendore in EscB ha l'estensione del motivo e relazioni testuali con
De madame di Pullois.
Questo tipo di ricerca analitica ha evidenziato come collocando le anonime chansons nel loro contesto, queste rientrano come parte di una più ampia produzione di musiche di autori noti. Inoltre la ricerca ha evidenziato
il ruolo dell'allusione come processo compositivo centrale del XV secolo. La stessa tecnica dell'allusione aiuta a carpire informazioni sugli autori anonimi delle chansons.
Tim S. Pack,
Alessandro Coppini's Missa Si dedero and the convergence of Franco-Flemish polyphonic techniques and Italian principles of harmony si è soffermato sulla
Missa Si dedero di Coppini (c.14651527),
compositore fiorentino di cui ad oggi si sa molto poco. La Messa è a 5 voci, ed è basata su un mottetto di Alexander Agricola; venne composta nella metà degli anni '90 del Quattrocento ed è una delle prime che combina il cantus
firmus con la tecnica della parodia. Ci si è soffermati nell'analizzare come l'autore utilizzi il cantus firmus, quali motivi del mottetto di Agricola dominino e come il motivo del mottetto venga trasformato, etc. Le conclusioni mostrano
come Coppini abbia combinato sapientemente le tecniche del contrappunto dei maestri franco-fiamminghi con i principi dell'armonia italiana.
La produzione vocale religiosa e secolare di Giovanni Pierluigi da Palestrina all'organo, al cembalo, al liuto. Composizioni originali: le Recercate
e il Thesaurum absconditum di Ala Botti Caselli, ha esposto
i criteri adottati dalla studiosa per l'edizione moderna di queste opere, di prossima pubblicazione nell'ambito dell'Edizione Nazionale delle Opere di Palestrina promossa dal Ministero per i Beni e le Attività culturali.
Con questa pubblicazione, oltre a colmare una lacuna editoriale nel vasto corpus palestriniano, si offrirà dunque una visione d'insieme della fortuna di cui godette l'autore anche presso gli strumentisti coevi e immediatamente successivi.
Si prenderanno in esame le scelte da loro operate, omaggio all'autorevolezza del maestro, ma anche garanzia per una favorevole ricezione di queste iniziative che vedevano la luce presso importanti editori italiani, tedeschi e fiamminghi.
Saranno altresì commentate le opere originali di Palestrina, e cioè le otto
Recercate sugli otto toni (presumibilmente per organo) e il
Thesaurum absconditum, ambedue a quattro voci.
Di Anthony R. DelDonna, non presente al convegno, è stata letta la relazione Il zelo animato (
Mancini & Perrucci, 1733): The Neapolitan "dramma sacro" as theatrical exemplar. Obiettivo della ricerca è stato quello di esaminare
un esemplare che illustrasse il rapporto che emerge fra il "dramma sacro" e i conservatori napoletani di primo 700. Il contributo ha riguardato in particolare
Il zelo animato ovvero Il Sant'Elia profeta (1733), composto da
Francesco Mancini (1672-1737) su libretto di Andrea Perrucci. L'esame di questo lavoro ha evidenziato con chiarezza la mistione fra le tradizioni teatrali contemporanee e la sfera del dramma sacro.
William Formicola è intervenuto con
Il ruolo della provincia barese nella produzione artistica della cappella musicale della Basilica S. Nicola, nella seconda metà del XVIII secolo: la ricerca ha riguardato l'attività
della cappella musicale della Basilica di S. Nicola di Bari relativamente al periodo che va dal 1755 al 1782, durante il quale fu maestro di cappella Andrea Drago. L'esame dei documenti conservati presso l'Archivio Capitolare della
Basilica, ha permesso di ottenere preziose informazioni sulle attività musicali svolte in occasione delle festività solenni presso il più importante centro religioso della Puglia. L'analisi di tale documentazione d'archivio ha fornito
importanti elementi, utili alla ricostruzione della vita musicale della città e della provincia barese di quel determinato periodo, offrendo informazioni diversamente non ottenibili su numerosi musicisti rimasti del tutto
ignoti al panorama degli studi musicologici.
La dimensione del sacro nell'opera di Anton Bruckner: dallo stereotipo del "Musikant Gottes" all'interpretazione fenomenologica di Walter Wiora di Alberto Fassone ha chiuso la sessione pomeridiana. La relazione ha
messo a fuoco la peculiare matrice religiosa che una lunga tradizione esegetica, soprattutto tedesca, ha individuato nella produzione sinfonica del compositore. Ricostruendo gli stereotipi della
"Rezeptionsgeschichte", si sono illustrati i diversi aspetti dell'immagine tradizionale del "Musikant Gottes" e le distorsioni ideologiche cui essa andò incontro fino alla metà circa del secolo XX. Attraverso l'esame del contesto
storico-culturale del Vormärz e delle tradizioni religiose nelle quali Bruckner si formò, si è passati poi alla verifica dei suddetti stereotipi: all'immagine oleografica del "Musikant Gottes" si sostituirà quella di un Cristianesimo
sofferto e problematico, spesso tormentato, che riflette per molti versi il travaglio della Chiesa cattolica dai decenni della Restaurazione sino al Vaticano I.
Nella Sala Pavone, la sessione del pomeriggio, presieduta da Guido Salvetti, si è aperta con l'intervento di Christoph Flamm (
Respighi alla luce del XXI secolo: appunti per una rivisitazione della musica italiana del primo Novecento).
Una ricerca approfondita sulle composizioni strumentali di Respighi, iniziata quattro anni fa all'Istituto Storico Germanico di Roma, ha portato alla luce importanti scoperte. Flamm si è proposto di analizzare le partiture,
di confrontarle con altre musiche coeve e di leggere criticamente le recensioni del suo tempo, per poter verificare l'esattezza di quel poco che è stato scritto su Respighi fino adesso, e finalmente riflettere sul perché la musicologia
l'abbia trascurato per tanto tempo. La relazione si è concentra sul fatto che l'evoluzione tecnico-stilistica del compositore è stata valutata sempre dalla posizione delle
Fontane di Roma come spartiacque fra gioventù e maturità;
quest'immagine deve essere corretta o abbandonata poiché Respighi ha scritto prima delle
Fontane di Roma un gran numero di quartetti, sonate, concerti e addirittura sinfonie, che mostrano non solo una conoscenza
profonda ma anche una padronanza delle tradizioni formali, estetiche e semantiche dei più alti ed ambiziosi generi musicali strumentali.
Lorenzo Lorenzoni con
Per una storia del jazz nel cinema italiano: I soliti ignoti ha cercato di delineare un quadro dell'incidenza della musica afroamericana nel cinema nostrano. A una preliminare indagine filmografica
e discografica è seguita la compilazione di un indice dei principali compositori, musicisti e registi; in questo contesto hanno rivestito un ruolo decisivo alcune interviste ai protagonisti dell'epoca, e l'analisi del film più rappresentativo
al riguardo: I soliti ignoti di Mario Monicelli (1958). Questo studio ha portato inoltre alla luce alcuni aspetti legati alla prassi esecutiva evidenziando la particolarità del panorama musicale romano di quegli anni,
quando i migliori musicisti jazz e le migliori orchestre di musica cosiddetta 'leggera' prendevano parte alle produzioni radiofoniche e televisive della RAI, alle registrazioni di colonne sonore e alle esibizioni nei locali della capitale.
Maria Francesca Agresta (
Carlo Savina, un musicista del cinema tra arte e mestiere) si è soffermata sulla figura di Carlo Savina (Torino 1919 - Roma 2002), interessante figura di musicista che ha svolto una importante ed
intensa attività di compositore e di direttore d'orchestra. Argomento della ricerca è stata la ricostruzione del vario e lungo percorso artistico e professionale di questo musicista, con un'attenzione particolare alla sua attività per il cinema,
che lo ha visto impegnato per circa quarant'anni, dagli inizi degli anni '50 fino agli anni '90. L'importanza di tale ricerca si basa sulla consultazione di tutta una serie di fonti (musicali e non) di prima mano ed inedite. Fra queste citiamo,
in primis, il Fondo Carlo Savina della Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, ed inoltre gli Archivi dell'Accademia Chigiana di Siena e gli Archivi delle Teche Rai di Roma, cui si è
aggiunta la testimonianza orale di numerose personalità della cultura e della musica che hanno conosciuto o collaborato con Carlo Savina: da Mario Verdone al Ennio Morricone, da musicisti a dirigenti della Rai e, non ultima,
la famiglia Savina.
Il modulo estraniante. Le funzioni del suono nella produzione audiovisiva di David Lynch di Marco Mondini ha indagato la produzione lynchana focalizzando l'attenzione sul particolare rapporto che scaturisce dal
sapiente e significativo utilizzo della colonna sonora nell'opera del regista. Dopo una introduzione volta a delineare i caratteri generali del rapporto audiovisivo all'interno dell'opera lynchana, la struttura della ricerca si è sviluppata
seguendo l'ordine cronologico di realizzazione dei nove lungometraggi di Lynch; un'ultima parte riguarda inoltre la restante produzione audiovisiva del regista, nella quale non mancano ulteriori spunti di riflessione. Il metodo
di lavoro utilizzato è consistito nell'effettuare una divisione in macro-blocchi e una descrizione piano per piano dei singoli lungometraggi, avendo cura di rendere conto anche della
presenza di eventuali rumori o effetti acustici. A conclusione di ogni macro-blocco narrativo, ma anche in prossimità di rilevanti interventi acustici interni, è stato stilato una sorta di identikit della relativa colonna audio,
nel quale trovano spazio tanto la sua descrizione, quanto l'analisi delle sue funzioni in rapporto alle immagini e alle atmosfere del film.
Giuseppe Campanale (
La relatività discografica dell'Einstein on the beach
di Philip Glass) ha preso in esame una delle prime opere per il teatro di Glass, analizzandola con particolare riferimento alla
produzione discografica. La ricerca è stata inizialmente stimolata dall'esistenza di un gran numero di fonti sonore da cui attingere per una collazione. Il successo di questo lavoro ha generato la presenza di diverse versioni musicali, a loro
volta affidate a diversi supporti sonori, tanto da rendere necessaria l'analisi sistematica delle edizioni sonore, in commercio e non, con particolare riferimento ai tagli e ai rimaneggiamenti che il lavoro musicale ha subito, anche
a causa della sua lunghezza, e del suo passaggio da un supporto sonoro all'altro (vinile 33 1/3 rpm, musicassetta, compact disc). Altro argomento d'indagine è stato infine la presenza di alcuni passi dell'
Einstein sia nei lavori
successivi di Glass, sia nella discografia di altri compositori contemporanei che lo hanno citato o parodiato.
Ha chiuso la giornata la lettura della relazione di Laura Zattra (non presente al convegno)
Il mixaggio di Stria di John Chowning (1977). Filologia e musica informatica. La musica informatica non presenta sistemi di segni
apertamente comprensibili: si tratta infatti di codificazioni, in linguaggi alfa-numerici o per icone che nascondono altre liste di dati, di un pensiero musicale e degli algoritmi per realizzarlo. Tuttavia, nonostante queste anomalie,
testi, partiture, supporti e notazioni rimangono ancora le tecniche e gli strumenti di scrittura del genere musicale informatico. La relazione ha presentato alcuni dei risultati attorno a queste riflessioni: essa parte dall'ipotesi che la
musicologia della musica informatica necessita di metodi mutuati dalla filologia musicale. Ci si è soffermati sull'indagine del processo creativo e di revisione operato da John Chowning nella realizzazione di
Stria (1977),
che diventa possibile grazie all'analisi, alla ricostruzione e all'interpretazione di partiture digitali, di schizzi, di documenti audio e di testimoni esterni (orali e scritti).
Le sessioni di sabato mattina sono state presiedute da Bianca Maria Antolini e Renato Meucci.
L'Antolini, al Piccolo Regio, ha aperto i lavori presentando Aneta Kaminska con la relazione
A dream in librettos by Carlo Sigismondo Capece written for Maria Kazimiera Sobieska (1710-1714). Il compositore Carlo
Sigismondo Capece musicista presso la corte polacca della regina Kazimiera Sobieska, e residente a Roma dal 1699 al 1714, nei 4 dei 7 libretti d'opera scritti per il teatro della regina, fa ricorso al fenomeno del sogno,
ogni volta dandogli un differente ruolo. Nella relazione la Kaminska ha analizzato le diverse funzioni del sogno e quale fu l'impatto dell'Arcadia nei confronti di questi 4 libretti.
Bruno Forment (
From effeminato to virtuoso: the inscription of gender patterns in Scarlatti's Telemaco -
1718) analizza l'opera di Alessandro Scarlatti,
Telemaco (Roma, 1718), che è la prima opera
italiana che rielabora la novella di Fénelon. Un'analisi intertestuale indica che per il suo dramma Carlo Sigismondo Capeci ha usato una fonte all'epoca sconosciuta, il recente libretto di Pellegrin
Télémaque (Parigi, 1714).
Ancora, copiando le scene del francese, il poeta inserisce elementi dalla novella di Fénelon assenti dall'opera francese. Un'attenta analisi della partitura rivela come le due differenti origini del libretto abbiano aiutato il compositore
nel differenziare le caratteristiche dei personaggi, interpretati esclusivamente da cantanti di sesso maschile.
Matteo Mainardi (
Il teatro musicale di provincia tra feudalesimo e sviluppo cittadino nel Ducato di Milano. Il caso della provincia di Varese nel XVIII secolo) ha tratteggiato le modalità di diffusione del repertorio
operistico buffo nelle aree periferiche del Ducato di Milano, e ha rintracciato come questa diffusione si intrecciasse con l'evoluzione politica ed amministrativa del territorio stesso. I due principali centri, Varese e Gallarate,
videro iniziare la propria attività teatrale nel 1776 ed è possibile rintracciarne la causa nella volontà dei rispettivi feudatari di fornire ai propri possedimenti varesini una propria vita teatrale. La scoperta
e la successiva analisi di inediti documenti di archivio ha permesso di definire un quadro generale molto più variegato, mostrando come le comunità cittadine svolsero un ruolo maggiore, soprattutto in relazione all'assunzione del
ruolo di sede dell'Intendenza Politica da parte di Gallarate nel 1786. Nell'intervento anche un breve spazio alla descrizione dell'attività svolta all'interno delle ville e delle residenze estive nobiliari.
Due drammaturgie sopra un solo argomento di Francesc Cortès, ha permesso uno studio comparativo fra le diverse versioni su un medesimo argomento in particolare sopra le opere di Mercadante, Carnicer, Cuyás e Sariols,
a partire dalla versione originale italiana in contrapposizione agli adattamento letterari e musicali spagnoli nel XIX secolo.
Gloria Rodriguez Lorenzo,
Joaquín Espín y Guillén (1812-1882) y los problemas de la ópera española a mediados del siglo XIX, ha analizzato il contesto dell'opera spagnola intorno al 1840 attraverso l'opera del
compositore, critico e musicografo Joaquín Espín y Guillén. L'argomento è stato affrontato dal punto di vista 'teorico' mediante lo studio di
La Iberia Musical y Literaria (1842-1846), prima rivista musicale spagnola di
Guillén che ne fu direttore difendendo ad oltranza il genere dell'opera lirica spagnola, e da un punto di vista 'pratico' attraverso il compromesso fra i suoi ideali e la sua produzione musicale come ad
esempio
Padilla o El Asedio de Medina (1845) dove ancora si sente l'influsso dell'opera italiana.
Konstantinos Kardamis (
Un italiano in Corcira: Severiano Fogacci's music-related activities during his exile in Corfu [1831-1846]) ha analizzato la figura di Severiano Fogacci nato nel 1803 ad Ancona, letterato e
fervente patriota, attivo nei movimenti del 1831, carbonaro, che scelse come esilio Corfù. Qui si fermò fino al 1846, continuando a lavorare come scrittore, educatore e rappresentante della 'Giovine Italia' nell'isola.
Scrisse 2 libretti (
Dirce, figlia di Aristodemo e Il ciarlatano preso per principe), come anche diverse Romanze per musica. Stretta fu anche la collaborazione con compositori di Corfù, come Domenico Padovani e Nikolaos
Halikiopoulos Mantzaros.
La revisione critica della partitura de I Goti
di Stefano Gobatti di Luigi Verdi ha chiuso la sessione al Piccolo Regio. Negli anni Settanta del XIX secolo, Gobatti conobbe un periodo di grande popolarità,
quando la sua prima opera I Goti, rappresentata in prima assoluta al Teatro Comunale di Bologna nel dicembre 1873, suscitò tali entusiastici consensi da venire ricordata dagli storici come uno dei più clamorosi successi dell'intera
storia del melodramma. Nato nel 1853 a Bergantino, un borgo all'estremo nord dello Stato Pontificio, oggi in Provincia di Rovigo, Gobatti a seguito del successo de I Goti fu insignito a soli 21 anni della cittadinanza onoraria
bolognese. Ancora troppo giovane e inesperto per districarsi fra le insidie del mondo teatrale, Gobatti finì presto per soccombere sotto la pressione delle eccessive aspettative e responsabilità che si erano concentrate su di lui.
Il Comune di Bergantino ha commissionato a Luigi Verdi la trascrizione e la revisione critica dell'opera
I Goti, la cui partitura quasi interamente autografa è conservata presso l'Archivio Ricordi alla Biblioteca Braidense di
Milano; in occasione del convegno Verdi ha esposto alcuni risultati della sua ricerca.
Nella Sala Pavone, per la sessione mattutina presieduta Renato Meucci, il primo intervento è stato di Stefania Leomanni con
Botteghe e organi in Puglia nei secoli XVII e XVIII: i Montedoro, i Mancini e Tommaso Mauro. Il contributo
ha presentato i risultati delle ricerche compiute principalmente su un'antica famiglia di organari di Poggiardo tanto famosa quanto poco indagata sistematicamente: i Montedoro, vissuti tra Sei e Settecento.
Le fonti sono state documenti inediti conservati nell'Archivio Parrocchiale di Poggiardo, atti notarili, conservati presso l'Archivio di Stato di Lecce, saggi di autori locali. Dai Libri degli Esiti e dei Conti delle città di Lecce, Galatone,
Nardò e Carovigno è stato possibile identificare le loro opere, con i relativi interventi di «accomodatura», per le quali è valso loro il titolo di
artifices organorum. Un altro punto, su cui è stata focalizzata
l'attenzione, è stata la constatazione che Poggiardo fu una comunità molto attiva nel settore organario per la presenza delle prestigiose botteghe di Tommaso Mauro e dei napoletani Mancini, rispettivamente nei secoli XVII e XVIII.
Elena Previdi (
Francesco Bianchini (1662 - 1729) e la sua dissertazione sugli strumenti musicali dell'antichità) ha analizzato la figura
di Francesco Bianchini, personaggio esemplare nel panorama culturale della Roma tardo-barocca. Attualmente è ricordato soprattutto come scienziato: sia per l'attività astronomica e le scoperte sia, e forse soprattutto,
per l'impulso dato alla ricerca. Quasi del tutto ignoto è il fatto che Bianchini sia autore di un prezioso trattatello di argomento musicale,
De Tribus Generibus Instrumentorum Musicae Veterum, che costituisce un raro esempio
di catalogo di strumenti musicali antichi ed etnici. L'intervento ha messo in luce l'importanza di tale opera, provvista tra l'altro di un non trascurabile apparato iconografico.
Teresa Chirico e Gabriele Rossi Rognoni hanno presentato la relazione
L'uso popolare del salterio italiano nel Settecento indagando se lo strumento che rivestiva connotazione di nobiltà, simbolo di raffinata educazione,
avesse anche una sua vita popolare. Musiche italiane per salterio di ispirazione popolare compaiono in un manoscritto conservato oggi presso la Bibliothèque Nationale de France; testimonianze iconografiche documentano la presenza
dello strumento vicino a maschere italiane e personaggi di opere buffe, cosa che avviene anche nel Pulcinella vendicato di Paisiello e in opere di Giacomo Tritto. L'uso popolare ebbe un'eco anche in Spagna. La traccia storica
è supportata e ampliata dalla presentazione delle caratteristiche morfologiche e costruttive dei salteri italiani e spagnoli della metà del Settecento ricostruite sulla base del confronto tra alcuni degli esemplari custoditi nelle
principali collezioni europee.
Strumenti e musica nella «Gazzetta di Pesaro» (1761 - 1805) è il titolo della relazione di Gabriele Moroni, che ha avviato una ricerca volta all'individuazione delle notizie musicali contenute nel giornale pesarese,
lavoro poi inserito in un progetto più ampio promosso dall'ARiM e incentrato sui periodici pubblicati nelle Marche fra Seicento e Novecento. Allo stato attuale la «Gazzetta di Pesaro» risulta pubblicata tra fine 1760 e 1808; le raccolte
più ricche sono conservate nella Biblioteca Oliveriana di Pesaro e nella Comunale di Forlì. Si è deciso di incentrare le ricerche sugli anni 1761-1805; l'interesse del lavoro risiede nel fatto che la «Gazzetta di Pesaro» copre un periodo
abbastanza esteso, e che sono state individuate notizie inedite (quali ad esempio la pubblicazione di opere la cui stampa risultava incerta, come è avvenuto per Tessarini). Una mole di notizie così vasta cronologicamente e geograficamente
ha posto questioni diverse sul metodo di lavoro: si è scelto di non limitarsi alla sola indicizzazione ma al regesto, facendo ricorso ai titoli che potessero fornire lo sfondo su cui collocare testi ridottissimi.
La relazione ha avuto anche lo scopo di proporre alla discussione un metodo di lavoro.
Claudio Bacciagaluppi ha presentato la relazione
Primo violoncello al cembalo: sulla prassi esecutiva dei recitativi semplici nel primo Ottocento. Il violoncello eredita nel Settecento dalla viola da gamba la consuetudine
della realizzazione accordale del basso continuo. Scomparso il basso cifrato dalla musica cameristica, la prassi sopravvive ben oltre il volgere del secolo nell'accompagnamento del recitativo semplice.
Se ne trovano significative testimonianze in numerosi metodi e articoli di periodici in Francia, Inghilterra e soprattutto in Italia. Seppure nella seconda metà del secolo venga utilizzata soltanto per un repertorio
ormai storicizzato, finché sopravvive il recitativo semplice nell'opera buffa e semiseria questa prassi è ancora attuale. Otto Nicolai, che aveva a lungo soggiornato a Roma, la considera adatta al repertorio contemporaneo di
Rossini e Donizetti. L'indagine sul ruolo del violoncello nel recitativo semplice consente infine riflessioni su altri aspetti dell'orchestra nei teatri italiani, quali l'evoluzione della direzione musicale, il ruolo degli strumenti
a tastiera e la disposizione degli strumentisti.
Ugo Piovano (
Il "romantico Hugues". Musiche originali per flauto e pianoforte nella seconda metà dell'Ottocento in Italia) ha indagato la figura di Pietro Eugenio Luigi Hugues (Casale Monferrato, 27 ottobre
1836 Ivi, 5 marzo 1913), rimasta avvolta praticamente nel mistero fino al 2001, quando è uscita finalmente la prima biografia a cura di Claudio Paradiso. Il corpus delle composizioni di Hugues è costituito da 145 brani
editi con numero d'opera e da una cinquantina di brani sacri inediti custoditi presso l'Archivio del Duomo di Casale Monferrato. La parte più cospicua è costituita ovviamente dai brani per flauto, in tutto un centinaio.
La produzione originale di Hugues è composta soprattutto da pezzi caratteristici o di danza, con titolazioni spesso riferite all'idea di "Romantico" che era diffusa all'epoca in Italia: ballate, barcarole, capricci, fantaisie-caprice, etc.
Più della metà dei brani furono pubblicati in raccolte. Da un punto di vista stilistico, si nota che il virtuosismo affidato al flauto non è mai fine a se stesso o esasperato a livelli parossistici: Hugues mostra una
chiara predilezione per la cantabilità e sono molte le melodie orecchiabili ed i momenti di intenso lirismo anche negli allegri.
Ha chiuso la giornata Gaetano Stella con la sua relazione
Concezione ed evoluzione della Fuga nell'opera teorica di Pietro Platania (1828 - 1907). Nato a Catania nel 1828 e morto nel 1907, allievo prediletto di Pietro
Raimondi, direttore dei conservatori di Palermo e Napoli, maestro di Cappella del Duomo di Milano, Platania fu compositore versatile e dotto, stimato come teorico e come pratico. La sua produzione teorica comprende:
trattati di Contrappunto, Fuga, Armonia oltre ad una serie di appunti rimasti manoscritti. A questo va aggiunto un gran numero di fughe e di soggetti di fuga concepiti in parte ad uso scolastico ed in parte come personale
esercizio di composizione. Dall'esame di questa produzione emerge l'interessante tentativo, condotto in pieno Ottocento, di conciliare la tradizione del contrappunto napoletano con le innovazioni tecniche ed armoniche del tempo.
Nel lavoro di Stella sono stati individuati natura, caratteristiche e particolarità dei costituenti formali proponendo anche qualche ipotesi circa l'esistenza di tipologie formali e meccanismi didattici, dai quali
si evince uno studio della fuga finalizzato al concreto uso pratico del compositore.
Nel pomeriggio, alle 15.30 al Piccolo Regio, Assemblea annuale dei soci della SIdM con elezione dei nuovi organi sociali (il verbale verrà pubblicato sul
Bollettino SIdM 2007-2); alle ore 18.30 presentazione del
volume
«Musica se extendit ad omnia». Studi in onore di Alberto Basso in occasione del suo 75° compleanno, a cura di Rosy Moffa e Sabrina Saccomani (Lucca, LIM); alla presentazione è intervenuto Andrea Lanza.
Il convegno è proseguito nella mattina del 22 ottobre con le ultime due sessioni presiedute da Alberto Basso (Piccolo Regio) e Paola Besutti (Sala Pavone).
Nel Piccolo Regio il primo intervento è stato di Cristina Santarelli con
Riflessi della Milano musicale sforzesca nel codice varia 124 della Biblioteca Reale di Torino. Tra i capolavori conservati presso la
Biblioteca Reale di Torino un posto di assoluto rilievo spetta al codice Varia 124 (
Vita de santo Yoachin e de santa Anna e de la nativitate de santa Maria e de lo nostro Signor Jesu Christo
Milano, 1476), proveniente
dalla Libreria Viscontea Sforzesca e compilato per il duca di Milano Galeazzo Maria Sforza. Il prezioso manoscritto si compone di 158 carte in pergamena, corredate da un superbo apparato illustrativo opera di Cristoforo de Predis;
alcune di esse sembrano fare riferimento alla vita musicale della Milano sforzesca e in particolare al complesso di pifferi e trombetti ducali utilizzato fin dal Trecento come ornamento di ambascerie, bandi, parate, ecc. e che proprio
sotto Galeazzo Maria finì con l'acquisire un preciso valore di rappresentanza. Analoga testimonianza sui complessi di "musica alta" ci fornisce un altro codice conservato presso la biblioteca torinese, il Varia 75 (Francesco
Filelfo,
In Rhetoricam ad Herennium commentaria, Milano 1467), il cui contenuto venne copiato sotto la guida del maestro da Ludovico Maria Sforza detto il Moro all'età di quindici anni a
Cremona come saggio dei propri progressi negli studi da presentare alla madre Bianca Maria Sforza.
Daniele Torelli (
La tipografia musicale nel Cinquecento piemontese: un percorso tra i tipi, con nuove acquisizioni) ha ripercorso le produzioni della tipografia musicale in Piemonte tra la seconda metà del '500 e i
primi anni del '600, cui la ricerca ha finora riservato solo minima attenzione. In particolare, l'analisi bibliografica e bibliologica si è concentrata sull'attrezzatura tipografica impiegata dagli stampatori piemontesi,
alla ricerca di modelli e fonti delle matrici, nel tentativo di fare luce sulle origini di un'editoria musicale solo in apparenza periferica e tardiva. Nel corso di recenti indagini allargate anche ai meno noti ambiti del libro
liturgico e del genere laudistico, sono emerse nuove testimonianze e nuove fonti che, da una parte, ampliano il repertorio dei prototipi piemontesi e, dall'altra, rivelano stimolanti connessioni e rapporti con la tipografia veneziana e milanese.
Cristina Ghirardini (
Il Gabinetto Armonico di Filippo Bonanni: alcune considerazioni sulle fonti) analizza l'opera (1722-23) del gesuita romano
Filippo Bonanni, naturalista ed erudito, addetto al "Gabinetto delle curiosità" del Collegio Romano dal 1698. Il trattato è ampiamente noto per le incisioni realizzate da Arnold van Westerhout, più volte riprodotte
in numerose occasioni, tuttavia raramente si è posta attenzione al testo. La lettura del trattato consente invece di ridimensionarne l'importanza e di riconoscere nell'ottica universale e priva di gerarchie di Bonanni
(che pone sullo stesso piano spinette, organi, richiami da caccia, strumenti da strepito, giocattoli sonori, strumenti dell'antichità e strumenti "esotici") un carattere moderno e ancora oggi alla base degli studi organologici.
Il reperimento delle fonti utilizzate per la stesura del Gabinetto ha permesso di fare luce sugli strumenti musicali degli eruditi dei primi decenni del XVIII secolo, di contestualizzare quindi le informazioni che Bonanni
fornisce e infine di individuare i modelli iconografici delle incisioni di van Westerhout.
Annarita Colturato (
Le fonti musicali a Torino: risultati di un censimento) ha dato conto dei risultati relativi alle fonti musicali nella città di Torino. Rispetto ai censimenti condotti negli anni scorsi (in particolare
Sartori 1971, Benton 1972, Rostirolla 1986-2004), il numero delle istituzioni e delle collezioni pubbliche e private individuate è salito a 75, per un totale di 172 tra doni, raccolte e fondi: un patrimonio che abbraccia
decine di secoli, annovera materiali notissimi o sconosciuti ai repertori nazionali e internazionali, comprende gli strumenti musicali dell'antico Egitto, i codici musicali vergati a partire dall'XI secolo, gli autografi di
Vivaldi, le lettere di Bach e Beethoven come i primi libri di fiabe per bambini con i dischi a 78 giri in allegato, le raccolte di brani usati per accompagnare i film muti, gli strumenti musicali africani e orientali.
Linda Govi (
I testi per musica a stampa nelle biblioteche torinesi: addenda al Catalogo Sartori) ha offerto nuovi ragguagli sui testi per musica a stampa custoditi nelle biblioteche torinesi, con particolare riguardo ai
fondi conservati presso l'Archivio Storico della città, la Biblioteca e l'Archivio Storico del Teatro Regio di Torino, la Biblioteca Civica Musicale "Andrea Della Corte", la e la Biblioteca di Storia e Cultura del Piemonte "Giuseppe Grosso".
Si è inoltre dato un ulteriore contributo all'arricchimento del catalogo Sartori attraverso nuovi recuperi effettuati presso la Biblioteca del Conservatorio di musica "Giuseppe Verdi", la Biblioteca Nazionale Universitaria e la Biblioteca Reale.
Ha chiuso la sessione Rosy Moffa con
Musica ebraica fra tradizione e assimilazione. I fondi musicali dell'Archivio Terracini di Torino, dove la studiosa ha dato conto di due fondi musicali che si trovano presso l'Archivio
delle tradizioni e del costume ebraici Benvenuto e Alessandro Terracini, ubicato presso la Comunità Ebraica di Torino, dei quali sto avviando la catalogazione: il Fondo Saluzzo e un fondo di circa 150 composizioni, proveniente dalle
comunità di Asti e Alessandria, di analoga composizione. Il materiale propone due diverse problematiche: identificazione e catalogazione dei materiali e interesse storico del materiale. Lo studio delle composizioni permette, quindi,
di evidenziare in quale misura elementi del canto ebraico si siano mantenuti in un contesto musicale estraneo alla tradizione, e quanto tali elementi, e l'uso della lingua ebraica, siano stati assimilati nello
stile chiesastico del secondo Ottocento.
Nella Sala Pavone, presieduta da Paola Besutti, Sara Dieci ha presentato la relazione
Le due facce dell'autorità. Nerone e Seneca nella cantata del Seicento. In questo vasto e composito genere della storia musicale, uno
studio dei luoghi comuni della materia sonora, congiuntamente a quelli individuabili nella relativa versificazione, può costituire un inedito approccio analitico. Durante il XVII secolo, una rivisitazione della filosofia stoica si è
manifestata nella riedizione degli scritti classici, così come in alcuni settori dello stesso ambito culturale in cui la cantata ebbe massima diffusione. Se non si contano molte fonti cantatistiche che presentino Seneca, di certo Nerone, la
figura a lui antitetica, ebbe maggiore successo. Alla luce di queste considerazioni sulle mode intellettuali di metà Seicento, lo studio ha presentato un raffronto di vari brani attribuiti a Stradella, Ziani, Cesti, Alessandro
Scarlatti e altri autori, nell'intenzione di identificare i topoi musicali ad esse legati.
Helen Geyer (
Cantate italiane del primo Settecento alla corte di Sondershausen) si è soffermata sullo studio delle cantate della corte di Sondershausen (Schwarzburg) custodite in manoscritti unici che contengono una interessante
testimonianza sulla complessa produzione del primo Settecento, in particolare quei manoscritti contenenti le opere di Bernardo Gaffi, Giovanni Battista Alveri, Alessandro Scarlatti, Pietro Paolo Bencini, Attilio Ariosti e altri, che
offrono spunti di analisi stilistica molto affascinanti. È stata inoltre offerta una riflessione sulla raccolta custodita a Meiningen (Caldara e repertorio viennese).
Teresa M. Gialdroni (
Le cantate da camera di Bernardo Pasquini) ha analizzato la figura del Pasquini (1637-1710), uno dei più celebrati musicisti di ambiente romano del tardo Seicento. Operò presso Cristina di Svezia,
il principe Colonna, il cardinale Ottoboni, il cardinale Pamphili e soprattutto presso il principe Giambattista Borghese. Numerosi sono gli studi sulla sua produzione cembalistica e organistica e sui suoi oratori, la sua produzione
operistica è stata recentemente indagata in diversi saggi. La sua produzione di cantate profane da camera è invece totalmente ignorata dagli studiosi che si possono giovare solo di una sommaria citazione nell'elenco delle composizioni
presente nella voce "Pasquini" in Grove e in MGG. La produzione di cantate di Pasquini consta di una trentina circa di composizioni conservate manoscritte in diverse biblioteche fra le quali la l'Estense di Modena e la Biblioteca Apostolica
Vaticana. Partendo dalle fonti disponibili, la Gialdroni ha preso in esame principalmente alcuni problemi relativi all'attribuzione, alla committenza alla circolazione, e sono stati inoltre esaminati i testi, le strutture
formali, testuali e musicali e i diversi stili in esse riscontrati.
La relazione di Lorella Benevento (
Alfonso Guercia e la romanza da salotto italiana) è stata letta non essendo presente la studiosa. L'autrice si è soffermata su Alfonso Guercia nato a Napoli nel novembre 1831 ed ivi
morto nel giugno 1890, maestro di canto e compositore di melodie popolari non solo in Italia, ma anche all'estero. Lo studio ha rappresentato, dunque, un primo approccio, un avvicinamento ad un melodista ingiustamente
dimenticato, ma molto stimato oltre che dai critici e dalla stampa, non solo locale, del suo tempo anche da Giuseppe Verdi. La relazione ripercorre quindi la produzione melodica di Guercia attraverso una selezione significativa di
romanze e, più in generale, melodie per canto e pianoforte. Indiscussa protagonista delle composizioni rimane la linea melodica, di estensione limitata, il cui andamento contribuisce a connotare il senso dei versi. Emerge in Guercia il
giusto equilibrio tra testo e musica, sia sul piano tecnico (strofa e sezione musicale), sia su quello espressivo.
A chiusura Barbara Lazotti con la relazione
Francesco Paolo Tosti: nuove acquisizioni. Presso l'Istituto Nazionale Tostiano di Ortona sono custoditi i manoscritti musicali di Tosti (esclusi quelli di proprietà di Casa
Ricordi), nonché gli epistolari, i reperti fotografici e iconografici, le notizie relative alla famiglia del compositore, i giornali dell'epoca, le critiche ecc. Negli ultimi tempi il catalogo delle liriche di Tosti si è ulteriormente
arricchito, tanto da raggiungere il ragguardevole numero di oltre quattrocento romanze censite. Sono di recente acquisizione alcuni lasciti (lettere e carteggi, spartiti manoscritti, fogli di appunti, fotografie con dediche, corrispondenze),
che, affiancati ad altre fonti documentarie, permettono di accrescere la conoscenza del compositore ortonese. La Lazotti ha avuto la possibilità di visionare tali documenti e l'incarico di occuparsi dello studio dei manoscritti musicali, e da
un primo lavoro risulta che alcuni manoscritti recano una diversa lezione rispetto a brani già pubblicati; altri presentano una serie di cancellature, ripensamenti, modifiche che danno la facoltà di ripercorrere la gestazione del brano.
Infine, e questa è una sorpresa, sono stati rinvenuti una serie di brani compiuti, anche se non strutturalmente correlati tra loro, che potrebbero rientrare in un progetto di musica finalizzata al teatro musicale leggero.
Sara Ciccarelli