SIdM - Dossier 2008 Discipline musicologiche: relazione del Presidente

“La situazione degli insegnamenti musicologici nelle Università e nei Conservatori”: dossier 2008

SIdM - Tavola rotonda del 27 ottobre 2007

In occasione del XIV convegno della SIdM a Pescara-Chieti, si è tenuta una Tavola rotonda su “La situazione degli insegnamenti musicologici nelle Università e nei Conservatori”, di cui forniamo la relazione del Presidente e la documentazione fornita da Ala Botti Caselli sulle Università, e da Teresa Chirico sui Conservatori.

Relazione del Presidente

Chieti, 27 ottobre 2007
Per Statuto la Società Italiana di Musicologia

ha lo scopo di valorizzare in Italia gli studi di musicologia e di stimolare le attività che comunque favoriscono lo sviluppo e la diffusione della cultura musicale.

La SIdM ha inteso attuare queste indicazioni anche con una serie di contributi, diretti e indiretti, a quella particolare “diffusione della cultura musicale” e a quella specifica “valorizzazione degli studi di musicologia” che avviene attraverso gli insegnamenti musicali e musicologici impartiti principalmente dalle Università e dai Conservatori di Musica.

A tale scopo, tra l'altro, il Consiglio Direttivo della SIdM ha al proprio interno un settore dedicato agli “Insegnamenti musicologici”, a cui fanno capo
  • la pubblicazione dei Manuali SIdM/EdT;
  • l'organizzazione, su tali temi, di incontri e confronti – come quello attuale in Chieti;
  • la cura sul sito-web della sezione dedicata agli insegnamenti musicologici nelle Università e nei Conservatori. Questo servizio, attivato da Ala Botti Caselli, viene rilanciato ora con gli aggiornamenti che la stessa Botti Caselli e Teresa Chirico propongono ai convegnisti, con le informazioni contenute in questo dossier.
Lo scopo di questa tavola rotonda è di riprendere i fili di un importante lavoro di ricognizione, di riflessione e di proposta, che risale all'incontro di Rimini del 1991, da cui è scaturito il dossier Le discipline musicali e l'università. Documentazione raccolta da Giuliana e Teresa Gialdroni. L'oggetto di quel lavoro fu allora soltanto l'Università, anche se non mancavano indicazioni sul ruolo che i Conservatori riformati avrebbero potuto sostenere, anche in rapporto con l'Università, nello sviluppare e rafforzare la cultura musicale nel processo formativo dei musicisti e dei musicologi.

Mi adopererò affinché il dossier del 1991 – che è stato aggiornato da Teresa Gialdroni nel 1994 e che è stato edito dalla SIdM – sia messo a disposizione dei soci nel nostro sito. Esso è una chiara testimonianza di un momento storico in cui veniva configurandosi una più compiuta articolazione disciplinare dell'insegnamento musicologico. All'inizio degli anni Novanta infatti poteva dirsi superata la situazione, dominante nei decenni precedenti, di un unico insegnamento di Storia della musica all'interno di una Facoltà di Lettere e Filosofia, o di Magistero. Nonostante l'ancor forte presenza numerica di quella situazione, in quegli anni si poteva dare come acquisito che la musicologia dovesse articolarsi in una pluralità di discipline storiche e sistematiche; e che tale articolazione dovesse trovare la sua collocazione in strutture idonee a recepirla e valorizzarla: Cremona stava per diventare Facoltà; il modello del DAMS di Bologna, con la sua sezione-Musica, stava per proliferare.

Il dossier del 1991 testimonia, anche, di un momento nel quale molte speranze di rinnovamento si appuntavano sui Dipartimenti, destinati a soppiantare gli “Istituti” e a divenire il luogo privilegiato per la “ricerca”. Si dava anche per acquisita la presenza, nelle strutture didattiche e di ricerca dell'Università, delle tre figure del professore ordinario, di quello associato e del “ricercatore”. Stava infine per essere applicata la legge Ruberti del 19 novembre 1990, n. 341 (“Riforma degli ordinamenti didattici universitari”), secondo la quale non si sarebbe potuto insegnare in alcuna scuola di ogni ordine e grado senza la laurea; il che comporterà l'istituzione di Scuole di perfezionamento post-laurea per la formazione del personale docente (da qui le cosiddette SSIS). Nella prospettiva di quegli anni si collocava anche una riforma dei conservatori di musica, data per imminente, nella quale si preconizzava una fascia superiore “di livello universitario”.

La memoria storica di quel momento comporta per noi un confronto con quanto poi effettivamente accaduto, sia come attuazione di quelle prospettive, sia come constatazione del loro abbandono o della loro sostanziale distorsione.

La proliferazione interna della disciplina produce ancor oggi i suoi effetti. E la costruzione di contenitori istituzionali che ne producano curriculum coerenti e finalizzati alla professione musicologica è ancora un'idea-guida, vedremo tra poco quanto problematica.

Così pure i tre livelli di inquadramento del personale (ordinari, associati, ricercatori) costituisce ancor oggi un modello operante, ma tutt'altro che universalmente accettato, soprattutto dalla parte dei ricercatori. L'inadeguatezza di questo modello – e del sistema di reclutamento ad esso connesso – è del resto ampiamente dimostrata dall'abnorme numero dei contrattisti a cui sono state affidate funzioni didattiche talvolta di prima importanza.

Sarà piuttosto da sottolineare che la figura a cui allora ci si riferiva sulla base delle leggi del 1980, quella del “ricercatore”, si è trasformata definitivamente – con un processo storico iniziato proprio all'inizio degli anni Novanta – in una figura di docente di terzo livello. L'eclisse della “ricerca” discende infatti da una situazione generale, in cui gli stessi Dipartimenti stentano a qualificarsi come luoghi della ricerca, se non nei casi notevoli laddove possano ospitare attività di dottorato e di post-dottorato. Non sfugga però che i Dottorati riguardano – inevitabilmente – un numero ridotto di sedi e un numero ridotto di dottorandi per ogni sede.

In questo quadro, è ancora da valutare l'effettivo impatto della Legge 509/1999, a otto anni dalla sua entrata in vigore, anche perché l'applicazione del modello del 3 + 2 (Laurea e Laurea specialistica) continua ancor oggi in alcuni casi a convivere – ad esaurimento – con le strutture preesistenti la riforma. L'applicazione del sistema dei crediti formativi per la formazione dei curriculum ha certamente razionalizzato l'apporto delle singole discipline all'iter formativo, ma ha anche chiaramente emarginato le discipline musicali e musicologiche in tutti i corsi di laurea dove esse si collocano in posizione defilata.

Le ultime disposizioni ministeriali sul numero minimo dei crediti per insegnamento e sul numero minimo di docenti di ruolo per la costituzione dei corsi di laurea e dei dipartimenti, con l'intento di evitare la proliferazione incontrollata delle discipline e la polverizzazione dei curriculum in un'infinità di corsi e di esami, ha di fatto reso difficile:
  • la stessa autonoma esistenza di molti insegnamenti con contenuti musicali-musicologici;
  • la costituzione di nuovi corsi di laurea;
  • la costituzione di nuovi dipartimenti;
  • l'utilizzo dei contratti, anche nell'ambito di eventuali convenzioni università-conservatorio.
Con queste difficoltà, pur discendenti da intenzioni condivisibili, occorrerà dunque confrontarsi. Da queste sommarie indicazioni emerge, anche per questo, un quadro problematico, dove lo spazio ottenuto negli statuti di molte facoltà per le discipline musicologiche rischia di essere vanificato da una situazione generale che porta a non accenderle; e, dove accese, tende a relegarle in situazione subalterna. Ne derivano, a mio parere, compiti particolari alla Società Italiana di Musicologia per sensibilizzare, mediante l'informazione e il confronto delle opinioni, sia i propri soci che operano in queste strutture, sia coloro che, ai diversi livelli, detengono il potere gestionale e decisionale su tale situazione.

Il quadro tracciato finora sarebbe gravemente incompleto se ora non passassimo a considerare le problematiche legate ai Conservatori di Musica, ancora impegnati a dare attuazione alla legge 508/99. Nel dossier del 1991, più volte citato, si fa riferimento ai Conservatori come soggetti primari per l'acquisizione della competenza musicale, senza la quale risulterebbe manchevole l'apprendimento musicologico in sede universitaria. In quello stesso dossier si faceva riferimento anche all'esistenza, in alcuni Conservatori di musica, di corsi di Musicologia, la cui fisionomia appariva complessivamente più attenta alla pratica musicale e ai repertori esecutivi.

Per quanto riguarda questo secondo punto, posso testimoniare che presso il Conservatorio di Milano l'esperienza del Corso di Musicologia (recte: “indirizzo musicologico del corso di composizione sperimentale”) ebbe – negli anni 1985-2000 in cui lo diressi personalmente – alcune specifiche caratteristiche:
  • era un corso quadriennale, come era quadriennale il corso superiore di Composizione sperimentale; e aveva in comune con il corso di composizione corsi di scrittura musicale e corsi di lettura della partitura;
  • era impostato su un curriculum che dava come già acquisite le competenze storiche, letterarie e persino linguistiche (l'unica lingua che vi veniva insegnata era il tedesco);
  • si rivolgeva a un numero molto ristretto di corsisti (in genere si tendeva a non superare il numero di 5); ciò era indispensabile a un tipo di didattica basato soprattutto sulla continua produzione di ricerche individuali, nonché sulla ricerca finalizzata alla tesi conclusiva.
Volendo fare un raffronto con le esperienze universitarie sopra descritte, il corso aveva caratteristiche più vicine, forse, a un dottorato di ricerca; il che sarebbe documentato anche dalla serie delle pubblicazioni confluite nella collana Quaderni del corso di Musicologia editi dalla LIM. Molti corsisti, infatti, erano già in possesso di una laurea (talvolta già ottenuta presso un DAMS o a Cremona); il che riproduceva – ma in modo asimmetrico – quanto normalmente avveniva presso quelle facoltà, dove i migliori risultati erano conseguiti da studenti in possesso di uno o più diplomi di conservatorio.

Ancor prima della 508/99 in alcuni Conservatori si erano aperti spazi a una maggiore presenza delle discipline storiche e teoriche (analisi) sia con programmi sperimentali (per Storia della musica e per Armonia), che comportavano talvolta l'aumento degli anni di corso, sia con l'inserimento di nuove discipline nel percorso degli studi degli strumentisti (storia e analisi del repertorio; didattica dello strumento; e simili).

L'avvento della Legge 508/99 avrebbe dovuto rafforzare ed estendere queste esperienze. E, in una prima applicazione ancora non poco anarchica, così fu effettivamente, con una proliferazione stupefacente – per quanto qui ci compete – di ogni tipo di “storia” e di “analisi”. Quella prima fase, può forse dirsi conclusa, almeno nella maggior parte delle sedi: non tanto per le disposizioni ministeriali, quanto per l'impietosa verifica derivante dai mezzi finanziari a disposizione e dalla disponibilità non illimitata delle energie e degli interessi degli studenti. E ha lasciato in eredità due questioni tutt'altro che marginali: i criteri per l'attribuzione degli insegnamenti estranei alle cosiddette “titolarità”; il finanziamento per i costi aggiuntivi che i curriculum rinnovati inevitabilmente comportano. Vedremo come da queste due incertezze derivano non pochi problemi al ruolo e alla funzione che le discipline musicologiche, teoriche e pratiche, sono chiamate a svolgere per un nuovo spessore culturale dei musicisti destinati a conseguire un titolo “equiparato” alle lauree universitarie.

Per comprendere i termini del problema è particolarmente utile seguire l'iter di approvazione (non ancora avvenuta) degli ordinamenti didattici con annesse, cosiddette, “declaratorie”. Una prima proposta ministeriale ha ricevuto il parere negativo del Consiglio Nazionale Arti e Musica (CNAM); è stato ciononostante emanato; è stato impugnato dal CNAM stesso presso il TAR, che lo ha annullato. Il punto centrale del contendere (se capisco bene) era proprio il problema della “titolarità”, cioè della difesa del principio che chi ha la titolarità di “pianoforte”, ad esempio, ha la precedenza su qualsiasi altro aspirante su qualsiasi insegnamento che riguardi, appunto, il pianoforte. Il che comporterebbe, però, anche la difesa che un titolare di “storia della musica” abbia la precedenza su qualsiasi insegnamento in cui compari la denominazione “storia”. E invece così non è: nelle decisioni assunte dai singoli Consigli di corso, o, in alcuni casi, dai Consigli accademici, molti insegnamenti storici sono stati attribuiti a docenti di canto o di strumento.

Non migliore è la situazione degli insegnamenti “teorici”, assegnati in genere a insegnanti di “Teoria e solfeggio”. Inoltre si assiste a una 'competenza' diffusa sugli insegnamenti di “Analisi”, i quali molto spesso vengono attribuiti ai titolari dell'insegnamento esecutivo i cui repertori dovrebbero essere analizzati (“Analisi del repertorio violinistico”, ecc.).

Come è facile immaginare, non siamo in grado in questo momento di avere un quadro preciso di queste che appaiono come delle distorsioni, derivanti spesso da situazioni locali e da particolari rapporti all'interno dei singoli Consigli. Come SIdM non dobbiamo mancare, comunque, di raccogliere informazioni e di fare opera di sostegno a coloro che vorranno adoperarsi per introdurre criteri non burocratici, ma basati sull'accertamento effettivo delle competenze, contrastando in particolare la tendenza diffusa a privilegiare in assoluto il personale di ruolo (anche se del tutto ignaro della disciplina) rispetto a [veri!] esperti esterni. Nel dir ciò mi rendo conto che la logica che deve guidare un'associazione di studiosi come la nostra non può che divergere, in questi punti, dalle logiche sindacali o “politiche”.

La SIdM intende impegnarsi contestualmente in un rilevamento capillare delle decisioni di apertura e di chiusura delle cattedre di Storia della musica, poiché tali decisioni sono state finora assunte dai consigli accademici in totale discrezionalità e senza possibilità di controllo e di ricorso. In assenza di una normativa che assicuri trasparenza e fondatezza a queste decisioni, non rimane altro che contribuire alla consapevolezza dei colleghi. Occorre anche la migliore formulazione dei settori disciplinari e delle declaratorie relative: la proposta ministeriale è oggi alla discussione del CNAM, e crediamo importante interloquire per arrivare a un risultato soddisfacente (vedi ALLEGATO N. 2).

CONCLUSIONI

Il quadro che qui è stato tracciato non è privo di ombre per il ruolo e la funzione delle nostre discipline nella formazione dei musicologi, dei musicisti e anche degli uomini di cultura italiani. Da ogni parte lo si guardi, questo quadro rivela debolezze strutturali che hanno profonde radici in una carenza culturale: per l'Università, una persistente marginalità della musica rispetto ad altre arti e alla letteratura; per il Conservatorio un persistente pregiudizio nei confronti della “cultura” del musicista pratico.

A questa constatazione difficilmente soccorrerà la soluzione empirica della doppia frequenza, sulla praticabilità della quale si è creato, nel passato, il migliore patrimonio di conoscenza e di pratica musicali del nostro paese. Sta progressivamente affermandosi, infatti, un sistema di incompatibilità tra le due frequenze; e il rapido innalzamento dell'età in cui si conseguono i cosiddetti “diplomi accademici” nei Conservatori renderà sempre più rara una doppia frequenza “in successione”.

Università e Conservatori presentano quindi debolezze in qualche modo speculari.

La SIdM, che raccoglie docenti dell'una e dell'altra istituzione, intende contribuire a quella che mi sembra l'unica vera soluzione: la creazione di una rete di convenzioni e collaborazioni tra le diverse istituzioni; e - nel far questo - l'individuazione nelle diverse situazioni di dove stanno le migliori competenze, e di dove e di come esse possano esplicarsi al meglio.
Guido Salvetti